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  • Immagine del redattoreGaia De Pascale

Un ricordo - isole Dahlak

L’alba, da questo materasso sempre un po’ umido buttato a prua di un caicco di serie B, arriva violenta, feroce.

È un sole enorme, di un arancione acceso.

È un nugolo di mosche.

È l’odore pungente che proviene dalla cucina dove il ragazzo etiope sordomuto che ci ha condotto fin qui sta preparando una specie di pane con i pochi ingredienti che ha a disposizione. Non ricordo il suo nome. Ricordo i suoi capelli rasta, di un biondo fuori luogo, il sorriso gentile, il fisico asciutto, la capacità di comunicare senza usare le parole di una lingua che tanto io non capirei.

Che importa? Questo luogo non può essere parlato. Può essere toccato, guardato, può essere impastato dell’odore che viene dalla cucina e che mi prende allo stomaco, l’ultimo odore prima di addormentarmi, il primo al risveglio. Posso anche leccare con la lingua il sale che mi resta addosso ventiquattro ore su ventiquattro - non c’è acqua potabile, l’acqua dolce a disposizione a bordo è poca, va razionata e mai messa in bocca, nemmeno per lavarsi i denti.

La mia pelle pizzica, è ruvida, troppo abbronzata.

Sono un animale che non decifra alcun linguaggio eppure il mio corpo pigro e non allenato, il mio corpo strappato alle noiose comodità della vita quotidiana, trova i suoi varchi. Si adatta. Reagisce agli stimoli, risponde a tono al sonno mancato, all’umidità del materasso, al cibo sempre uguale - pesce e quella sorta di pane e poi di nuovo pesce - al sole d’Africa che brucia, esplode lassù, con il suo rosso fuoco, e poi ti ricade addosso, senza lasciare scampo.

Sono le 6.05.

Sto per un istante in bilico sul bordo del caicco. Sono in costume, lo sono sempre stata da quando sono arrivata qui. Ho dormito in costume, cenato in costume, trascorso tutta la settimana in costume. Non c’è che da alzarsi, fare due metri, saltare - ed è fatta.

Qualcuno dorme ancora. Gli altri sonnecchiano, aspettando che il cielo si colori di azzurro.

Mi tuffo.

Per un attimo l’acqua si agita, il silenzio si spezza. Sono io l’unico movimento, l’unico rumore per chilometri e chilometri. Poi il mare torna immobile, di una trasparenza che commuove. Mi muovo lentamente, appena sotto la superficie, ma ho gli occhi impastati di sonno, sono senza maschera, e non vedo niente di ciò che abita il fondo. Eppure, so già quello che c’è da sapere. Ci sarà una sabbia bianca e finissima, pesci enormi di cui ancora non ho imparato il nome, forse una manta che procede lenta, maestosa, col suo volo d’acqua a fil di fondale, o il piccolo squalo che ieri ho accarezzato, a tradimento, mentre dormiva. Più avanti, verso il reef, altri pesci più piccoli, colorati, staranno danzando intorno ai coralli che circondano una grossa striscia di sabbia madreporica. Dal caicco si può intravedere qualche bassa acacia spinosa, qualche mangrovia, poi nulla, solo sabbia e acqua e cielo e tutti i tipi di blu che l’occhio umano è in grado di decifrare.

È il 12 novembre 1995. Ho vent’anni. Sono alle isole Dahalak, 15°39′35″N 40°06′51″E, un arcipelago sparpagliato a caso nel Mar Rosso, tra l’Eritrea e lo Yemen.

Qui non c’è niente. Solo pochissime isole sono abitate, per il resto non esistono resort o alberghi. Niente servizi nautici, porti, assistenza medica, bar. I turisti sono davvero rari, del resto qui non è facile navigare tra secche, lagune e barriere coralline che appaiono e scompaiono a ogni colpo di marea. In una settimana incrociamo solo due imbarcazioni, di cui una è a scopo turistico come la nostra,. l’altra è invece condotta da due tizi di mezza età, i volti rinsecchiti spaccati da una smorfia di pochi denti, i capelli lunghi e scarmigliati, due kalashnikov stretti tra le dita ossute. Ce li puntano addosso poco convinti, la nostra guida etiope mette l’indice e il medio della mano destra a segno di vittoria vicino alla bocca e aspira una lunga boccata d’aria salmastra. Vogliono le sigarette. Li vedo sparire al rallentatore dietro un orizzonte senza ostacoli con le mie Chesterfield light.

L’idea di venire fin qui è venuta a mio padre.

Quando ci penso, me lo immagino come un Marlow del secolo dopo, chiuso nel suo studio medico, alla ricerca di uno spazio bianco nella mappa dei suoi sogni di mare. Lo avrà trovato in queste isole, ci avrà puntato il dito, avrà detto tra sé e sé “un giorno io ci andrò”, e poi avrà coinvolto tutti, come solo lui sapeva fare, nella sua bizzarra idea. Io lo avrò seguito, come sempre, spinta dal suo stesso DNA a votarmi all’altrove, qualunque esso fosse, qualunque esso sia. Poi lui sarà morto, anni dopo, lui è morto, lasciandomi brandelli genetici di bisogno costante di fuga, fuori dal tempo, in bilico su questi tempi verbali che sparpaglio a caso, fuori dai confini della grammatica, oltre il linguaggio, era ieri era oggi sarà stato un domani al quale continuare a tendere. Un ricordo, forse, mal ricordato, la macchina fotografica usa e getta rubata da una vecchia compagna di viaggio che sosteneva fosse la sua, trentasei scatti svaniti all’orizzonte con le mie sigarette, niente album da sfogliare, eppure tutto impresso nel mio corpo, il sale, il sole, l’acqua, l’odore forte di cambusa, la nausea, la felicità estrema nel chiudere gli occhi a un palmo dalla Via Lattea, tutte le notti, su un materasso umido, guardare il cielo, essere il cielo in mezzo al mare in mezzo al nulla e avere tutto, tutto lo spazio e tutto il tempo. Sentirsi infinito.

Ora so che ogni frammento della mia vita è stato un tentativo di ritornare lì, sul bordo scivoloso del caicco, nell’aperto assoluto.

Un piccolo salto - ed è fatta.



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