top of page
  • Immagine del redattoreGaia De Pascale

(Letture per l'estate): It di Stephen King. Un'autobiografia nostalgica.

Ora, lo so benissimo che una non può arrivare trentasette anni dopo e scrivere una recensione su It così, come se niente fosse, senza nemmeno avere una panoramica completa del Re, dei suoi libri, della sua vita. Del resto, non sono un’appassionata di horror, mi impressiono per un niente, quando ancora esisteva questa distinzione guardavo solo i film col bollino verde, quelli per tutta la famiglia. Ma in It la dimensione horror è solo un pretesto, il classico mostro di fuori che si incarna in diverse forme, di cui la più celebre è sicuramente Pennywise, il pagliaccio satanico che regala palloncini e si nutre di arti umani. Ci sono momenti splatter in It, e suppongo siano quelli cinematograficamente più accattivanti per gli amanti del genere. Ma il mostro di fuori non fa paura. Fa quello che ci si aspetta da lui. Sventra, uccide, inganna. Ride quando gli altri piangono. Soffre quando gli altri si liberano. La dinamica è sempre la stessa: qualcosa, come fata morgana, attrae la giovane vittima, lo sventurato si avvicina, It lo uccide. La ripetizione non è mai inquietante, anzi forse è la parte più rassicurante di tutta la storia. E allora, dove sta l’orrore in queste 1300 pagine che corrono veloci a bordo di una Dodge lanciata sulle strade polverose del Maine, mentre fuori appare il paesaggio spettrale di una ferriera dismessa e dentro suona potente una canzone di Bruce Springsteen?

Stephen King lo fa dire a Eddie, quello che forse è il più fragile dei suoi personaggi: “I veri mostri sono gli adulti”. Così, secco, lapidario. In fondo non c’è mica tanto da girarci intorno. It vive proprio di questo, dei bambini che perdono la fede nel magico, dei piccoli che diventano grandi, degli adulti che dimenticano, che non sanno desiderare più. E gli adulti, in questo libro, fanno davvero paura: il papà di Bev, il marito di Bev, la mamma di Eddie, i genitori di Henry. Henry stesso, non ancora uomo ma nemmeno più bambino, mostro in metamorfosi, giocattolino nelle mani di It sfruttato per avvicinarsi alle sue vittime.

Non è certo l’unica volta in cui Stephen King ci mostra il lato oscuro dell’età adulta. Lo aveva già fatto, ad esempio, ne Il corpo, racconto contenuto nella raccolta Stagioni diverse da cui verrà tratto il celebre film Stand by me. Ricordo di un’estate. L’età che si mette a fuoco è sempre quella, intorno ai dodici anni (“non ho mai più avuto amici come quelli che avevo a dodici anni. Mio Dio, e chi ce li ha?”), un attimo prima del precipizio. La battaglia che si ingaggia è sempre la stessa: contro i ragazzi più grandi, e poi contro i grandi tout court, sempre figure violente e disperate, ciniche e goffe. Uomini e donne che non capiscono. Soprattutto, uomini e donne che non ricordano. In entrambe le storie, It e Il corpo, a un certo punto compare un daino che innesca nei bambini protagonisti un meccanismo di messa in moto della memoria, ma infonde loro, al contempo, anche una sorta di capacità profetica. È come se il daino fosse l’epifania che disvela, in un’immagine di assoluta bellezza, il passato e il futuro, concentrandoli in un punto, negli occhi smarriti di una bestia che incrocia lo sguardo con quello di un pre-adolescente, e poi scappa via, corre via, lasciando il ragazzo a cercare di afferrare il senso di quello che ha visto, squassato da opposti sentimenti. Tutto in un punto, tutto in un attimo, mentre nella vita non funziona così. “L’energia che si scialacqua con tanta profusione da ragazzi, si dilegua fra i diciotto e i ventiquattro anni per essere sostituita da qualcosa di assai più opaco, l’aspirazione, i traguardi, cose così”, ripete ancora il narratore, ma il peggio è che l’infanzia non se ne va tutta in un colpo, come un grande scoppio, come un palloncino di Pennywise. ma “Il bambino che hai dentro cola fuori, trapela come aria da una foratura in una gomma”. Lentamente, senza nemmeno che tu te ne accorga. Eppure, in fondo a questo romanzo, in fondo a Derry, tra le fogne, tra i mille cunicoli che serpeggiano sotto i Barren, nel cuore nero di una città, degli interi Stati Uniti o forse delle nostre vite brilla una luce intensissima. Non è cupo It, lascia uno spiraglio a chi vuole uscire dalle tenebre. Questo spiraglio sono loro, i Perdenti, gli unici in grado di ricordare, gli unici con la forza, poi, di barattare il ricordo con il desiderio. Ogni male ha il suo antidoto, e l’antidoto a It sono Ben, Bill, Eddie, Bev, Richie, Mike, Stan. Come funziona il meccanismo, Stephen King ce lo spiega bene: “Se ci sono diecimila contadini medievali capaci di far esistere i vampiri con la forza della loro credulità, può essercene sempre uno, e probabilmente un bambino, capace di immaginare il piolo con cui ucciderli. Ma un piolo non è che uno stupido pezzo di legno. La mente è invece la mazza con cui conficcarlo nel cuore” - e il desiderio, è necessario aggiungere, è ciò che serve per mettere in moto tanto il piolo quanto la mazza.

E in tutto questo, chi siamo noi lettori? Noi forse siamo la barchetta di George, quella che dà il via all’intera vicenda, e che sappiamo non essere mai affondata perché è stata impermeabilizzata a dovere. Forse ha raggiunto il mare e lì è rimasta a navigare per l’eternità, come la magica barca di una favola. Tutto quello che ci è dato sapere è che galleggiava ancora quando ha varcato i confini municipali di Derry uscendo per sempre da questa storia ed entrando nel tempo e nello spazio in cui viviamo, in cui abbiamo vissuto. Forse, in questo tempo e in questo spazio, potrà ancora ritrovare il sole, o la mano di un altro bambino.


Dicevo: lo so benissimo che una non può arrivare trentasette anni dopo e scrivere una recensione su It così, come se niente fosse. Romanzo di formazione, vicenda dell’orrore, trattato di sociologia, It è tutto questo e molte altre cose, già studiate, sviscerate, analizzate anche da penne famosissime. Questa dunque non è una recensione, è l’autobiografia nostalgica di una lettrice che ha avuto i propri Barren, il proprio club dei Perdenti, che ha combattuto contro i propri mostri e ora vorrebbe ricordare, ma la memoria si annebbia, il ricordo sfuma, il passato è una sensazione che scivola via lentamente come l’aria dalla foratura di una gomma. Ma il desiderio, amici, oh quello sì che rimane! Sarà perché appartengo a quella generazione li, quella che è stata prima bambina, e poi adolescente, negli anni Ottanta. Quella per cui, raggiunta la maggiore età, davvero bastava attraversare la notte su una Panda scassata sentendo a tutto volume musica rock con i finestrini abbassati per sentirsi padroni del mondo. E allora, grazie a Stephen King, la mia barchetta è riapparsa nella luce: come un daino all’improvviso, come due occhi che brillano nonostante le tenebre, come un’epifania improvvisa dentro una canzone, a bordo di una Dodge o di una Panda poco importa, era oggi, sarà domani, è stato uno ieri a cui continuare a tendere qualunque tenebra si debba attraversare.

Credetemi, credetemi davvero: ci sono le storie a salvarci.

Tutto il resto è buio.


43 visualizzazioni0 commenti

Komentáře


bottom of page